Giovedì 18 Settembre 2014
ACCADDE A OTTOBRE. Diritti spezzati: “morti di protesta” dal dopoguerra ad oggi E-mail
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In questo spazio ricorderemo ogni mese i nomi e brevemente le storie di uomini e donne che sono morti manifestando per difendere i loro diritti e più spesso i diritti di un intero Paese Troverete nomi più conosciuti e nomi meno noti, tutte persone che volevano solo manifestare le proprie idee, con dignità, con forza, senza dover piegare la testa, per riconquistare un diritto distorto e calpestato. Quando scesero nelle piazze o nei campi non volevano fare o essere degli eroi, ma noi vogliamo ricordarli come tali: eroi della libertà, del lavoro, della democrazia...

19 ottobre 1944 – Palermo: “La strage del pane”, 24 i morti.
Il 1944 è un anno terribile per Italia, al Nord martoriata dai rastrellamenti nazisti, al Sud ferita dai recenti bombardamenti e senza pane, senza vestiti, con pochi mezzi di prima necessità.
Nel settentrione si compiono i gravi eccidi nazisti (il 12 agosto Sant’Anna di Stazzema), nel meridione avvengono stragi di inermi cittadini per “fuoco amico”.
A Palermo oggi sono pochi quelli che ricordano gli eventi del 19 ottobre del ’44, una luttuosa giornata sulla quale non esistono pubblicazioni ufficiali, testimonianze, fotografie, testi.
È merito dell’Amm.ne Provinciale averne ricordato almeno i nomi delle vittime con una lapide apposta cinquant’anni dopo, il 19 ottobre 1994, nell’atrio di Palazzo Comitini, all’epoca della strage sede della Prefettura e dell’Alto Commissario per la Sicilia.
Comincia la mattina del 19 ottobre, giovedì: gli uffici comunali rimangono deserti, per l’astensione dal lavoro dei dipendenti.
Neppure i postelegrafonici e i ferrovieri si recano al lavoro.
È sciopero contro il carovita, come in tante altre parti del paese, è la rabbia di chi soffre gli stenti della ripresa, mentre i “baroni” ed i padroni del “mercato nero” mantengono i privilegi ed aumentano le loro ricchezze.
Gli scioperanti chiedono salari adeguati, ma soprattutto pane e pasta, da mangiare per tutti, e si uniscono i disoccupati, i muratori, i giovani e si fa il corteo al grido di “Pane! Pane!”, un corteo sempre più lungo, che a mezzogiorno parte dalla storica Piazza Pretoria, chiamata da sempre “Piazza della Vergogna” per la nudità delle statue che adornano la monumentale fontana al centro della piazza e che oggi farà onore al suo nome.
Scende, il corteo, la breve scalinata che immette sulla via fatta costruire a fine ‘500 dal vicerè, duca di Maqueda, per ospitarvi i palazzi della nobiltà, e si dirige, snodandosi nello splendore barocco che scontra la miseria delle plebi affamate, verso il nobile edificio di Palazzo Comitini, opera del celebre Nicolò Palma commissionata da Michele Gravina, “primo principe” dello splendido borgo di Comitini.
Lì, nello storico Palazzo ha sede la Prefettura, presidiata da una trentina fra poliziotti e carabinieri, ma il Prefetto non c’è e nemmeno l’Alto Commissari, così  i manifestanti che chiedevano di essere ricevuti in delegazione dalle autorità cominciano a scalpitare suscitando i timori del vice-prefetto Giuseppe Pampillonia che invoca l’intervento dell’esercito ed ottiene l’invio di 50 soldati del 139° fanteria “Sabaudia” guidati dal sottotenente Calogero Lo Sardo.
I militari sono accolti con lancio di sassi e rispondono con lancio di bombe a mano e spari ad altezza d’uomo provocando 24 morti e 158 feriti, molti assai gravi, tanto che qualcuno ipotizza che le vittime potrebbero essere di più con decesso, per le conseguenze, dopo vari giorni, ipotesi che non si può escludere a causa del silenzio calato sugli eventi dallo stesso Governo che chiude affrettatamente il caso dandone una versione chiaramente falsa (si parla di “elementi estranei” che è provato non ci sono, “colpi di arma da fuoco”, ma gli unici bossoli rinvenuti appartengono all’esercito, “sedici morti”, ma se ne contano 24 subito), versione dalle quale tuttavia nessuno dei partiti antifascisti prende le distanze.
Il 24 febbraio del ’47 ventuno imputati vanno a processo, riconosciuti colpevoli quanto meno di “eccesso colposo nell’uso legittimo ( ! ) delle armi” e tuttavia nessuno va in galera “per sopraggiunta amnistia”.
Nel 2005 lo storico Lino Buscemi , venuto a conoscenza che il console americano a Palermo, Alfred Nester, aveva inviato il 23 ottobre un rapporto sui fatti al Segretario di Stato USA, chiede agli americani di “aprire i cassetti” per dar più luce a eventi di questo tipo ancora avvolti da mistero.
Ancora non ottiene risposta, ma è passato tanto tempo……..Noi vogliamo ricordare i nomi:
Giuseppe Balistreri, 16 anni – Vincenzo Cacciatore, 38 anni – Domenico Cordone, 16 anni – Rosario Corsaro, 30 anni – Michele Damiano, 12 anni – Natale D’Atria, 28 anni – Andrea di Gregorio, 16 anni – Giuseppe Ferrante, 12 anni – Vincenzo Galatà, 19 anni – Carmelo Gandolfo, 25 anni – Francesco Gannotta, 22 anni – Salvatore Grifati, 9 anni – Eugenio Lanzarone, 20 anni – Gioacchino La Spia, 17 anni – Rosario Lo verde, 17 anni – Giuseppe maligno, 22 anni – Erasmo Midolo, 19 anni – Andrea Oliveri, 16 anni – Salvatore Orlando, 17 anni – Cristina Parrinello,61 anni – Anna Pecoraro, 37 anni – Vincenzo Puccio, 22 anni – Giacomo Venturelli, 70 anni – Aldo Volpes, 23 anni.
Per non dimenticare. 

28 ottobre 1949 – Isola Capo Rizzuto ( Crotone ): Matteo Aceto
Nel corso dell’anno è cresciuto in tutta Italia il movimento di occupazione delle terre, nel Sud del paese in modo particolare è rivolto verso i grossi feudatari, i baroni, che ancora godono di una vasta influenza sulle istituzioni e che non vogliono minimamente cedere potere e ricchezze.
Tuttavia il movimento bracciantile riesce a portare avanti con coraggio e risoluzione le proprie rivendicazioni, strappando ai padroni migliaia di ettari di terra.
Nel crotonese la lotta è assai dura, aspra è la repressione delle forze di polizia, ma il coraggio di centinaia di capilega  porta le masse bracciantili verso conquiste concrete, ben 6.000 ettari di terra sono ormai occupati, dissodati e messi a semina nella provincia, migliaia sono i braccianti che invadono i campi e riempiono le Piazze per manifestare i propri sacrosanti diritti.
Il 28 ottobre Capo Rizzuto è scossa dalla protesta popolare, alla testa dei manifestanti c’è Andrea Aceto, uno di quelli che ha saputo organizzare e guidare il proletariato della campagna, di fronte le forze di polizia chiamate a respingere l’ondata rivendicativa.
La tensione porta allo scontro, partono,da parte dello schieramento militare, numerosi colpi d’arma da fuoco che raggiungono alcuni manifestanti e provocano la morte dell’Aceto che non riesce a sopravvivere alle ferite

29 ottobre 1949 – Melissa ( Crotone ): Francesco Nigro, Giovanni Zito, Angelina Mauro
A Melissa, che conta poco più di 3.000 abitanti, nel ’49 la maggior  parte della popolazione è costituita da braccianti che trovano lavoro, duro e mal pagato, per circa 80-100 giornate l’anno.
A tavola solo minestra di fave, pane e fagioli; per il vestiario gli uomini si arrangiano con le divise ricevute da militari, le donne usano un solo vestito per tutte le stagioni e i ragazzini vanno “scalzi e nudi”.
Vivono meglio i pochi contadini che possiedono un piccolo pezzo di terra, scialano nella ricchezza i  4 grandi proprietari della provincia che da soli possiedono il 52% della terra: in testa il feudo del barone Berlingieri con 1.725 ha.
Non possono non occupare la terra, ora che c’è la Repubblica e il vecchio feudo è quantomeno anacronistico, con tanta terra sprecata e la occupano fin dal ‘44/’45, ma quella di Melissa non basta a sfamare i tanti poveri del paese, così Carruba, bracciante analfabeta, ma eroica guida delle rivendicazioni agrarie, riunisce una sera d’ottobre del ’49 i suoi compagni nella sede della Federterra della quale è segretario Sante Lonetti, ci sono pure  i segretari delle sezioni del PCI e del PSI e tutti si trovano d’accordo: si va ad occupare a Fragalà, una frazione a 11 Km. Da Melissa.
Partono il ’29, prima dell’alba, uomini, donne e bambini, solo gli anziani restano al paese.
Arrivano sulle terre prima dei celerini, che quando sopraggiungono trovano i contadini al lavoro di dissodamento che continua anche dopo l’ordine di abbandonare la terra, un ordine che non viene ripetuto, ma è immediatamente seguito da una violenta carica con bombe lacrimogene e poi scariche di mitra, trecento colpi in dieci minuti e cade Francesco Nigro, 29 anni, poi Giovanni Zito, 15 anni, ritorneranno a casa a dorso di somaro e frutteranno alle famiglie una “tomolata di terra” per non fargli fare troppo rumore.
Hanno più fortuna Lucia Cannata, Carmine Tarlesi ed una decina di altri compagni, tutti feriti gravemente, alle spalle,  ma salvi.
Sembra fortunata anche Angelina Mauro, colpita a un rene, ma in vita quando arriva in paese portata da un mulo e parla ancora, ma la Fortuna non bussa sovente alle baracche dei diseredati, la Morte bussa e spesso troppo presto, ad Angelina va a bussarle al capezzale di un letto dell’ospedale di Crotone, una settimana dopo gli scontri, dopo quelle maledette pallottole che l’hanno ammazzata a 24 anni appena.
Giovanni Zito non ha nemmeno una foto sulla lapide, troppo povera la famiglia per permettersi il lusso di uno scatto, sua madre è diventata pazza dopo la tragedia, quella di Angelina muore di crepacuore un anno dopo, il vecchio Nigro rimane a maledire quella “tomolata di terra”….
I morti non hanno giustizia: il caso è in archivio, dopo affossamenti, intimidazioni, testimonianze non prese in considerazione, denunce non portate avanti per paura, testimoni zittiti a volte con la galera fino ad arrivare alla non celebrazione del processo.
Non passarono per Melissa,al ritorno, i celerini per raggiungere i loro acquartieramenti nel vicino Cirò, paese famoso per quel vino raffinato nelle capaci cantine del barone Berlingieri.

27 ottobre 1972 – Milano: Giovanni Ardizzone.
M’han dit che incö la pulisia
a l’ha cupà un giuvin ne la via;
sarà stà, m’han dit, vers i sett ur
a un cumisi dei lauradur.
Milano: la Camera del Lavoro porta i lavoratori in piazza per manifestare contro l’aggressione degli Stati Uniti a Cuba (siamo nella c.d. “crisi dei missili”), comizio e poi corteo fino in Piazza del Duomo dove ad attendere i dimostranti c’è la polizia che attacca con gli allora consueti “caroselli” di jeep dalle quali furono investiti alcuni manifestanti.
Nicola Giardino, muratore di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana di 57, restano gravemente feriti, ma riescono a cavarsela, meno fortunato è il ventunenne Giovanni Ardizzone, figlio unico di farmacisti , studente presso la facoltà di Medicina e militante comunista.
La jeep investe Giovanni davanti alla “Antica Loggia dei Mercanti”, di fronte al Duomo, schiacciato contro una saracinesca, con il fegato spappolato.
Volano sassi, stanghe di ferro recuperate nel vicino cantiere della metropolitana, la folla si addensa minacciosa intorno al corpo del giovane, la polizia si ritira, la corsa all’ospedale, inutile, perché lì Giovanni non riesce nemmeno a superare il pomeriggio.
Grandi le manifestazioni dei giorni seguenti, in tutta Italia, e la partecipazione al funerale.
I giudici si accontentano della versione che parla di morte accidentale, un banale incidente stradale.
I versi di Ivan della Mea ricordano Giovanni e cantano la verità:
Giovanni Ardizzone l’era il so nom,
de mestè stüdent üniversitari,
comunista, amis dei proletari:
a l’han cupà visin al noster Domm.