Lunedì 18 Dicembre 2017
ACCADDE AD AGOSTO. Diritti spezzati: “morti di protesta” dal dopoguerra ad oggi E-mail
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In questo spazio ricorderemo ogni mese i nomi e brevemente le storie di uomini e donne che sono morti manifestando per difendere i loro diritti e più spesso i diritti di un intero Paese Troverete nomi più conosciuti e nomi meno noti, tutte persone che volevano solo manifestare le proprie idee, con dignità, con forza, senza dover piegare la testa, per riconquistare un diritto distorto e calpestato. Quando scesero nelle piazze o nei campi non volevano fare o essere degli eroi, ma noi vogliamo ricordarli come tali: eroi della libertà, del lavoro, della democrazia...

5 agosto 1946 – Caccamo (PA): 24 morti.
Il così detto “ammasso del grano” è in Italia una istituzione tipicamente fascista, nata con l’intento di accumulare scorte in vista di un prolungamento della guerra con la conseguenza che i contadini, costretti a consegnare il loro prodotto, finiscono con il patire la fame.
Con la caduta di Mussolini, le donne in prima fila reclamano l’apertura degli “ammassi” fino ad assalirli, nel vedere i loro figli patire la fame, mentre tanto ben di dio giace nei magazzini.
In Sicilia la ribellione inizia dal ’43, quando l’isola è “liberata” dalle truppe di Montgomery e Patton: è finita l’era fascista ed inizia quella del governo di mafia, tollerata dagli alleati “nella convinzione che poteva avere un ruolo insostituibile nel controllo sociale dell’isola” ( Umberto Santino, “Storia del Movimento antimafia”).
Gli ammassi restano chiusi, i decreti emanati dal comunista Gullo disattesi sotto il controllo della mafia e dei poteri reazionari siciliani che convergono intorno alla D.C. paladina dei grossi latifondisti, che impongono un regime di provocazione ed intimidazione forti dell’appoggio di pezzi delle istituzioni: il 16 settembre del ‘44 a Villalba è addirittura il sindaco democristiano, Beniamino farina, a lanciare una bomba contro la folla che assiste ad un comizio del dirigente del P.C.I. Girolamo Li Causi (14 feriti) ed appena un mese dopo a Palermo si conclude una strage nel corso di una manifestazione (30 morti).
A Caccamo, le donne sempre avanti, una grande manifestazione contadina inonda le strade per tre giorni, nel corso dei quali il movimento in ripresa dei lavoratori rurali schiera in piazza 3.000 persone fronteggiate da 600 poliziotti e carabinieri: si arriva agli scontri, duri, nel tentativo di assalto agli ammassi, e senza tregua, con la violenza che tocca l’apice il 5 agosto, con la terra di Caccamo bagnata dal sangue di 24 morti, 4 sono carabinieri 20 i dimostranti.

26 agosto 1949 – Medigliano (Padova): Bruno Cameran.
Manifestazione per la pace: scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, questa volta ci lascia la vita l’ex partigiano Bruno Cameran che resta sul terreno davanti alla lapide dei cadut.

10 agosto 1950 – Gibellina (TP): Salvatore Garacci.
Salvatore, contadino protagonista delle lotte per la terra viene prelevato da alcuni agenti mentre si trova nella sua abitazione nel primo pomeriggio e trasferito in caserma per essere interrogato.
Muore durante l’interrogatorio, il rapporto di polizia contiene la versione ufficiale: morte per collasso cardiaco.

4 agosto 2009 – Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni.
Questa è una storia senza scontri né lotte di piazza, poco conosciuta perché racconta solo come muore un povero cristo.
È una storia di persecuzione, protagonisti un giovane maestro elementare e le “Autorità”, quelle che decidono del destino di un uomo, senza vedere, senza sentire e senza capire.
Non l’ha scritta né De Amicis né Kafka, sta scritta negli aridi rapporti che poliziotti, carabinieri, sindaci, assistenti sociali e psichiatri hanno cominciato a stilare da un maledetto giorno di luglio del 1972, il sette, quando sul lungomare di Salerno Francesco si trova a passeggiare con un compagno anarchico come lui, ma più noto, Giovanni Marini, conosciuto per una indagine di “controinformazione” sulla sospetta morte, a causa di uno strano incidente sulla Roma-Napoli, di cinque giovani anarchici calabresi diretti a Roma per consegnare i risultati di una inchiesta su alcune “stragi fasciste”.
Scomparsi i documenti in possesso dei giovani calabresi, l’indagine di Marini ricostruisce l’ipotesi delle trame sulle quali avevano lavorato i suoi compagni, mettendo in luce pesanti indizi contro esponenti dell’estrema destra locale e nazionale, che sguinzagliano quindi i loro picchiatori per fargliela pagare ed intimorirlo onde bloccare le sue indagini.
Aperta la caccia all’uomo, Francesco e Giovanni vengono intercettati sul lungomare da due giovani di estrema destra, armati di coltelli.
Vista l’aria di burrasca Francesco cerca di fare da paciere, ma la rissa esplode ed uno dei due giovani aggressori rimane ucciso dalla sua stessa arma della quale Giovanni, come risulta dal processo, riesce a disarmarlo.
Francesco, ferito ad una coscia, è sottoposto comunque ad indagine e deve subire il processo nel quale viene assolto.
Da questo momento inizia la persecuzione: telefonate minatorie, ostacoli nella vita quotidiana della città nella quale l’esistenza gli viene resa impossibile da continue ritorsioni, controlli di polizia ingiustificati, menzogne sulla sua vita.
Non potendone più si trasferisce in un paese del bergamasco dove trova lavoro come insegnante elementare, non trova però pace la sua privacy vulnerata dalla segnalazione delle forze dell’ordine salernitane a quelle di Bergamo che quindi iniziano zelantemente a “tenerlo d’occhio”.
L’apparire di una divisa ormai per Francesco è un incubo, torna nel Cilento, ma non lo mollano, e un giorno, il 5 ottobre del ’99, lo beccano in fallo: ferma l’auto in sosta vietata ed una pattuglia tempestivamente intervenuta gli eleva una multa, prova a contestare, come in genere molti fanno, ma a lui lo portano al commissariato con le manette ai polsi e l’accusa di “resistenza aggravata e continuata” che lo porta agli arresti domiciliari.
Al processo viene assolto con formula piena per non aver commesso i reati addebitategli, ma ne viene fuori debilitato psicologicamente, stanco di ingiustizie e persecuzioni immeritate, impaurito da un mondo che sembra tutto contro di lui e che lo porta a crisi di panico.
L’aiuto delle “Autorità” si risolve con la richiesta da parte del sindaco di Castelnuovo Cilento, dove risiede la sua famiglia, del trattamento sanitario coatto, per ben due volte.
Con tutte le sue forze Francesco tenta di riprendersi, torna ad insegnare, ben accetto da bambini e genitori, ma i carabinieri continuano a fermarlo, controlli continui sembra solo per lui, e un giorno,il 30 luglio del 2009,  al mare, vede i carabinieri e scappa, non lo trovano, quindi arrivano i rinforzi, i vigili urbani, un medico, addirittura la guardia costiera, infine si arrende e non ha fatto niente, ma ancora un sindaco ha firmato il ricovero coatto e parte così su una autoambulanza, tre punture “per calmarlo”, nell’ultimo suo viaggio verso l’ospedale di Vallo dove il 4 agosto muore.
L’autopsia rileva lividi, segni di lacci a caviglie e polsi, ma nessuno si chiede niente, per le autorità è una morte “normale” e le spiagge del Cilento possono godere di uno svitato in meno.

C.V.