| Lavoratori senza reddito. Dalla Ue una risoluzione per il reddito minimo di cittadinanza |
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| Scritto da DirittiDistorti |
| Martedì 26 Ottobre 2010 10:52 |
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Di Stefano Giusti* - Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’istituzione nei paesi della UE di un reddito minimo di cittadinanza che sia pari almeno al 60% dello stipendio medio di ogni Paese... La misura è considerata necessaria per combattere le varie forme di povertà presenti nei paesi UE, paesi che pur essendo obiettivamente ricchi, presentano una fascia di ben 85 milioni di persone che vivono sotto le soglie di reddito minime e quindi in condizioni di povertà. La risoluzione purtroppo non ha carattere legislativo ed è quindi solo un “invito” fatto dal Parlamento Europeo ad affrontare il problema in termini non assistenzialistici ma strutturali. L’Italia è tra i pochi paesi UE in cui non esiste il reddito minimo ed è anche uno di quelli con il maggior numero di poveri. Quando si parla di povertà, di solito si pensa a fasce marginali senza lavoro e quindi senza reddito. Da alcuni anni però questa fascia si è pericolosamente ampliata arrivando a coinvolgere anche persone che, pur avendo un lavoro, hanno retribuzioni che non consentono nemmeno la basilare sopravvivenza. Si chiamano “working poor” letteralmente “lavoratori poveri” e si trovano soprattutto tra i lavoratori che passano da un contratto di collaborazione all’altro, giovani e donne in special modo. Il loro reddito è inferiore di due terzi circa di quello medio e spesso, pur avendo orari di lavoro continuativi e assimilabili a un lavoratore dipendente, percepiscono salari o stipendi assolutamente sottostimati. Oltretutto in Italia, se calcoliamo il differenziale medio tra lavoratori permanenti e temporanei, si va dagli 8,91 euro medi all’ora percepiti dai primi ai 7,34 dei secondi. Alla precarietà si aggiunge quindi una penalizzazione salariale. In Italia secondo dati Ocse questi “lavoratori poveri” sono circa tre milioni, il 15% sul totale degli occupati contro il 10% di quelli della Danimarca o il 6% della Svezia. Una percentuale oltretutto destinata ad aumentare, vista la stagnazione del mercato occupazionale e la politica di ribasso dei redditi perseguita da gran parte dell’imprenditoria nostrana.
*Stefano Giusti, Sociologo, Operatore di Placement e Orientamento per l’Università Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura. 26-10-10 |







