Sabato 04 Febbraio 2012
Tempi moderni a Pomigliano PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Venerdì 25 Giugno 2010 12:00

Di Stefano Giusti* - La vicenda di Pomigliano ha portato alla luce ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, quello che è il motivo dominante dei nuovi rapporti tra industria, capitale e forza lavoro. I segnali in questo senso non erano certo mancati...

Dall’instaurazione della precarietà come regola e stato lavorativo permanente per un’intera generazione di giovani, al continuo attacco allo Statuto dei lavoratori, passando per l’allentamento dei controlli e delle sanzioni riguardo alla sicurezza sul lavoro e all’impoverimento di salari e stipendi che non riescono a garantire una dignitosa esistenza nemmeno a chi un lavoro ce l’ha. A Pomigliano si è cercato di riportare i rapporti di lavoro agli anni Trenta, cancellando il diritto allo sciopero, sancito e riconosciuto individualmente dalla Costituzione, la retribuzione in caso di  malattia prolungata e imponendo, pena la perdita del lavoro e quindi della fonte di sostentamento, ritmi da fabbrica ottocentesca. Ai lavoratori, considerati alla stregua di merci, era stato chiesto di rinunciare a qualsiasi forma di garanzia, in totale subalternità alle logiche del profitto e della produzione. La legge della giungla insomma, dove il più forte però sta sempre dalla stessa parte, dove lavoro, scuola, salute non sono servizi e diritti da garantire a tutti  ma merci da vendere a chi dispone di ricchezza.  Il tutto è stato cercato di far passare da certa stampa e dall’area governativa come un “investimento sul territorio” della Fiat, che si impegnava a riportare a Pomigliano un’unità di produzione già precedentemente delocalizzata in Polonia. Nessuno ha chiesto a Marchionne e ai suoi manager, cosa c’entrassero con l’aumento della produzione la rinuncia al diritto di sciopero e la mancata indennità di malattia, e nel contempo non è mai stato chiesto conto della effettiva realizzabilità del  piano di rilancio, che nelle geniali menti dei nostri manager si basa sulla previsione dell’aumento nei prossimi anni delle vendite di auto, addirittura sedici milioni in tutta Europa. Peccato che lo stesso mercato in tutto il mondo e specialmente nel nostro continente sia ormai in contrazione, e che di auto se ne vendano sempre meno, sia per il progressivo depauperamento dei redditi (come si fa a spendere se non si guadagna?) sia per i costi anche in termini ambientali che l’auto ormai produce. Men che mai si è nemmeno iniziato a parlare di quello che sarebbe uno sbocco possibile, cioè la conversione ambientale dell’industria dell’auto verso un’area ecologica come quella dell’idrogeno o dell’elettricità. D’altronde nel caso il piano Fiat fallisse per colpa del “mercato”, sarebbe pronta l’ennesima richiesta di aiuto allo Stato da parte di una delle tante industrie che quando devono colpire i diritti si appellano all’ineluttabilità del mercato e della globalizzazione, ma quando devono parare le perdite diventano subito le più ferventi sostenitrici dell’intervento dello Stato. A tutto questo va aggiunta anche la vergognosa campagna concertata da ministri e Confindustria e amplificata da alcuni giornali che, come già fatto in precedenza per gli Statali, ha dipinto gli operai delle fabbriche come una massa di nullafacenti, sempre pronti allo sciopero o alla malattia, naturalmente finta.  Qualcuno ricordi a questi signori che il lavoro alla catena di montaggio è quanto di più usurante possa esistere e che non si contano le malattie croniche che si contraggono per lo stare 8 ore consecutive a eseguire movimenti meccanici e ripetitivi, cronometrati e standardizzati da procedure definite della “Metrica del lavoro”. Il tutto per stipendi che non permettono certo né vite agiate, né particolari sfarzi. 
Eppure malgrado il ricatto sia stato fatto con i peggiori mezzi di coercizione, (in alcuni casi è stato chiesto dai capireparto di  fotografare il Si ) il voto non è andato come la Fiat si attendeva e quasi il 40% degli operai ha risposto in maniera inequivocabile No, respingendo la logica perversa del “lavora alle mie condizioni e taci”. Questo è l’elemento più forte che si deve raccogliere dalla vicenda di Pomigliano e questo è il punto da cui le forze di opposizione devono iniziare per ricostruire, a partire dal lavoro, una stagione di difesa e rivendicazione dei diritti e di lotta allo stato di generale impoverimento a cui speculazioni finanziarie, evasione fiscale e corruzione hanno portato.  Questo stato di cose  non è ineluttabile: il lavoro garantito nei suoi diritti costituzionali e di sicurezza; la possibilità di accedere a un reddito non dipendente dal lavoro che dia a tutti la possibilità di vivere decorosamente, la necessità di ripensare un welfare e un sistema di ammortizzatori esteso a tutti e non solo a pochi, sono gli argomenti da cui ripartire. Se la politica e la società saranno capaci di raccogliere il segnale arrivato da Pomigliano, in quello che è stato il punto più basso nei rapporti di politica del lavoro degli ultimi anni, allora sarà possibile fermare l’imbarbarimento che viviamo ogni giorno,  altrimenti si rischia di perdere l’ennesima occasione per far capire che una alternativa a questo stato di cose esiste ed è anche praticabile.

*Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso