|

Di Paola Moroni - “Tuttavia, ciò che appare come flessibilità dal lato della domanda ricade come un destino duro, crudele, insuperabile e ineluttabile su tutti coloro che si trovano sul versante dell’offerta:...
il lavoro viene e va, scompare subito dopo essere apparso, viene spezzettato o sottratto senza preavviso, mentre le regole del gioco per le assunzioni e i licenziamenti cambiano senza appello e chi ha o cerca un lavoro poco può fare per frenare il processo”. Questa è la descrizione della flessibilità del sociologo polacco Zygmunt Bauman, mentre l’Istat poco meno di un mese fa ha pubblicato il rapporto annuale sulla popolazione. Il dato più sconcertante è quello che riguarda “la presenza di due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, nonché un tasso di disoccupazione giovanile salito quasi al 25 per cento - si legge nel comunicato stampa diffuso dall’istituto italiano di statistica - la bassa quota di investimenti pubblici e il ritardo infrastrutturale di cui soffre il Paese; le debolezze del sistema formativo delle giovani generazioni e degli adulti, il quale non solo non fornisce le competenze necessarie per svolgere le attività richieste dalla società della conoscenza, ma conserva le diseguaglianze sociali di partenza; il sottoutilizzo delle risorse femminili; il sottoinquadramento sul posto di lavoro che interessa oltre quattro milioni di persone e configura uno spreco di capitale umano inaccettabile; un miglioramento dell’efficienza energetica e ecologica che non procede ai ritmi necessari per assicurare la sostenibilità ambientale. Le tendenze demografiche in atto imporranno alle prossime generazioni in età attiva, cioè ai giovani di oggi, un impegno straordinario e difficilissimo”. Ma le conseguenze sociali della flessibilità, e la parola più corretta è precariato, sono state indagate anche da un sociologo torinese, Roberto Cardaci, che ha svolto una ricerca nei centri di salute mentale delle Asl piemontesi ancor prima del tremendo impatto della crisi del 2008 . La ricerca, svolta sulle cartelle cliniche dei pazienti in cura nel 2006, mette in luce il “nesso tra precariato e sofferenza psichica: la perdita del lavoro, dovuta alle condizioni economiche dei contesti territoriali in cui la persona vive, diventa causa di disagio psichico, generando nel lavoratore precario ansie, angosce, depressioni che lo portano a diventare utente del servizio psichiatrico”. Si sta ripetendo quanto già successo negli anni 80 e 90 quando le conseguenze sociali della cassa integrazione furono devastanti: disagio psichico, alcolismo, tossicomania. Oggi, secondo quanto esposto nell’indagine di Cardaci, le conseguenze per i precari sono le stesse. La percentuale di precari che si rivolge ai centri di salute mentale è decisamente alta e c’è un elemento che si aggiunge: la disgregazione del modello familiare. Da più parti la famiglia è stata indicata come l’ammortizzatore sociale del giovane precario. Qualche anno fa il ministro dell’economia del governo Prodi ebbe il coraggio di definire quella fetta di giovani che si appoggiavano alle famiglie d’origine “bamboccioni”, invece l’elemento nuovo è la disgregazione del nucleo familiare e i giovani che restano in famiglia perché il lavoro (quando ce l’hanno) non consente di crearsi una vita autonoma, vivono frustrazioni e conflitti devastanti. “La famiglia negli ultimi decenni ha palesato condizioni di criticità per quanto riguarda il suo ruolo sociale, infatti -sostiene Cardaci - i problemi che gli utenti lavoratori precari assumono nella relazione con i genitori nelle famiglie di origine e con i partner nei propri nuclei famigliari di nuova costituzione, risultano essere la concausa più rilevante che si riscontra nella genesi del loro disagio psichico”. “In questo senso, -continua il sociologo - situazioni di disgregazione dei nuclei famigliari con conseguenti separazioni e divorzi, che si verificavano anche pochi mesi dopo il matrimonio, conflittualità famigliari sempre più gravi, degenerate sovente in omicidi emblematici che coinvolgevano anche i figli sono il chiaro sintomo di una difficoltà di relazione tra partner e tra genitori e figli che la famiglia non riesce più a gestire e contenere nel suo ambito di vita di relazione. La precarietà della vita sociale, il rarefarsi dei rapporti affettivi, la disgregazione delle relazioni umane caratteristiche dell’epoca della globalizzazione nei sistemi sociali occidentali a tradizione culturale capitalistica - industriale che ne stanno vivendo gli aspetti più problematici e deleteri - per capirci, quelli della delocalizzazione - hanno acuito la crisi del “sistema famiglia”. Eppure l’Istat rileva che nel 1983 i trentenni ancora in famiglia erano l’11,8%, nel 2009 erano il 29,8% tra questi sono diplomati il 21% e diplomati il 20%. La postmodernità sostiene Bauman ha trasformato gli individui da produttori a consumatori, ma è saltato il nesso economico: produco, guadagno, consumo tra le conseguenze ci sono l’esclusione sociale e il disagio psichico.
21-6-10
|